Arte, passione, scontro ideologico, utopia ... era questo il condensato esplosivo capace di in-
fiammare scontri dialettici per ore intere, passioni capaci di portare alla rottura anche gli amori più forti ... Favolosi quegli anni settanta, con quell'orribile moda dei pantaloni a zampa di elefante (ma quanto ci piacevano) e con in cuore - e non è retorica - la speranza di un mondo migliore; e noi tutti, artisti e non, ci sentivamo protagonisti di un cambiamento, anzi eravamo gli artefici del cambiamento. Parole come rivoluzione, proletariato, cultura borghese, che oggi fanno pateticamente sorridere, erano allora il nostro grido di battaglia. Il pensiero vola, libero, da un ricordo all'altro si posa leggero sull'ingenuità, la freschezza, la voglia di solidarietà, di me, di noi giovani, che amavamo "ascoltare" la musica, che scoprivamo l'amore più libero...
Fermi tutti: non ho assolutamente nessuna intenzione di pormi come quello che rimpiange gli anni belli della propria gioventù, e in quanto tali li favolegoia, certo non li rinnego, perché sono parte integrante della mia vita che guarda avanti con la consapevolezza della propria storia. Però l'enfasi della prima parte era assolutamente necessaria per introdurre le considerazioni sulla fotografia e l'utilizzo che ne ho fatto nei miei lavori di quegli anni che, etichettando per semplificare, si ponevano sulla scia di quella poetica, difficile quanto affascinante, del rapporto tra "Pittura e Fotografia".
Per noi, giovani artisti rivoluzionari, il maggior referente non era il gallerista o il critico, ma la classe operaia, con la quale volevamo dialogare, sentirci parte integrante essere i portavoce della "nostra" classe di "appartenenza".
La cosa non era vera, non eravamo ne io, ne i miei compagni di studi - nel '70 ero all'Accademia di Belle Arti - assimilabili al proletariato, ma in quegli anni parlare di intellettuali e di artisti equivaleva a parlare dei nemici dichiarati della classe operaia, "servi della borghesia", additati peggio di un sieropositivo oggi. Quando arrivava la fatidica domanda: "Tu di che cosa ti occupi?", questa era l'imbarazzante risposta: "Sono un art ... cioè ... volevo dire, sono
un 'operatore visivo'"; difficile da credere? Invece era proprio così, ci vergognavamo di definirci "artisti"; Comunque fare arte era la cosa che più amavo, era la mia vita, e quello, solo quello, potevo e sapevo fare chiare erano le domande: come essere interprete sincero del proletariato? Quali strumenti usare per farsi comprendere dalla "massa" e uscire dalla gabbia della cultura borghese e dal novero di quegli intellettualoidi cosi invisi? Sulla prima domanda non avevo dubbi, tutto mi appariva chiaro e naturale; era sulla seconda domanda che sorgevano le perplessità e le difficoltà, perché quelle andavano ad incidere sul fare arte. sui contenuti estetici che erano e rimanevano l'essenza stessa dell'Arte. È qui, a questo punto che la fotografia mi è venuta in soccorso, mi sembrava, e forse lo è stato, "l'uovo di Colombo". Nei miei "quadri" la presenza dell'immagine era imprescindibile dall'azione, partecipazione dichiarata, esplicita. Cosi almeno voleva essere.
La fotografia l'avevo assunta come il primo grado di lettura, in un'opera, quella pittorica, del quadro che come ben sapevo si rapportava con II fruitore e al suo livello culturale. E così fra i possibili livelli di lettura di un'opera avevo assegnato alla fotografia il primo livello, quello dell'oggettività. Questa scelta fortemente consapevole, di piegare verso l'oggettività uno strumento dalle grandi potenzialità espressive non è stata indolore, con profonde lacerazioni più o meno inconsce che venivano inevitabilmente soffocate in nome della lotta di classe. La fotografia è sempre stata considerata — oggi certamente in misura molto ridotta — la Cenerentola, o se preferite, il parente povero dell'Arte. Ma fin dalle mie prime espe-
rienze sulla fotografia, per me che venivo dall'arte, "quella nobile", era così evidente l'autonomia espressiva del linguaggio fotografico, con peculiarità proprie e cosi lontane dalla tradizione pittorica, che soltanto la stoltezza e la malafede non potevano non vederla. Cosi unii la pittura e la fotografia in un unico spazio bidimensionale dove le proprietà linguistiche di ciascuno erano di sup-
porto all'altra, con la sempre evidente intenzione di realizzare un'opera esteticamente valida dove forma e contenuto costituivano un unicum dinamico capace, anche a livello inconscio, di comunicare con il fruitore.
Ricordo, con divertito piacere - non perché oggi le cose siano cambiate - le "cantonate" dei cosiddetti "addetti ai lavori", i critici d'arte, che si lasciavano affascinare da innocenti espedienti tecnici come bambini nel mondo dei balocchi, e come bambini erano incapaci di distinguere il falso dal vero.
È tutto vero, lo confesso!
"Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria" ; certo, scomodare la Fisica per spiegare le modificazioni sociologiche potrà sembrare troppo, ma a volte, come in questo caso, le reminiscenze scolastiche si rivelano utili strumenti attraverso le quali la metafora sprigiona il suo suggestivo potenziale. Da tanto impegno a zero impegno, ognuno per proprio conto a difendere il "proprio spazio" dove di tanto in tanto ci si esercita nel canto del cigno. L'editoriale di Caro Giovannella sul n. 2 Anno il di F&D l'ho letto con grande attenzione e lo condivido in tutto; un'analisi lucida, espressa con malinconiche immagini poetiche ma non priva di speranza anche se è una speranza affidata più al cuore che alla pratica. Di certo i tempi sono quello che sono: la fine
delle ideologie e il crollo del muro di Berlino, non hanno affatto semplificato le cose; quanti hanno creduto che la vittoria dell'Occidente sull'impero del male avrebbe facilitato i problemi, dovranno ricredersi. Nuovi scenari, più complessi, allungano la propria inquietante ombra sulle nostre speranze.
Un'ultima cosa mi sento di aggiungere prima di chiudere questa storiella, una preoccupazione che sento sempre più forte da un po' di tempo in qua: il tecnologismo, con la sua invadenza, con la sua seduzione. È un pericolo questo, che i fotografi corrono più di altri, essendo per scelta legati alla tecnologia. Il rischio, già molto evidente, è quello di un'omologazione inaccettabile, che tutti, gli artisti per primi, in virtù della loro scelta di libertà debbono respingere.
Non voglio aggiungere altro perché non è il momento, perché non c'è più spazio; perché è un campo disseminato di mine anti-uomo; perché, forse, mi è rimasto il gusto per la provocazione; perché domani è un altro giorno...

