Tra pittura e Fotografia di Corinto Marianelli
Corinto di Valerio Eletti
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E' sul finire degli anni sessanta che é maturata l'idea di inserire nei miei quadri delle immagini fotografiche - erano gli anni dell'Istituto d'Arte - e in quel periodo ero affascinato dal movimento DADA, dall'anti-arte, dal caso, dal gusto intelligente della provocazione, e Duchamp, Picabia, Arp, Tristan Tzara e il fotografo Man Ray erano i miei giovanili punti di riferimento, ma non solo, a tutta l'arte moderna e alle avanguardie fino ad arrivare alla Pop Art con Rauschenberg, devo un tributo profondo, perché hanno segnato non soltanto il mio lavoro e il mio rapporto con l'Arte, ma la vita stessa.
Nel '70, quando ho acquistato la mia prima macchina fotografica, una Nikkormat ftn, di fotografia non avevo nessuna conoscenza, e del diaframma, ne avevo soltanto sentito parlare. Ma é stato amore a prima vista.
L'Arte, la Bauhaus, la Gestalt, la percezione visiva e la "Teoria del campo" di A. Marcolli, sono stati la mia Nutella; e su tutto questo, la fotografia entrava nei miei quadri come ancoraggio nella realtà e come primo livello di lettura nella complessità semantica di un'opera d'arte, per inseguire un problema, allora molto sentito, del coinvolgimento totale della società.
L’artista chiuso nella torre d’avorio del proprio studio, distaccato dalla realtà, era una figura rifiutata e presentarsi come artista era disdicevole, preferivamo dire: “operatore visivo”.
Ma la semplice equazione che rivelava il mio star male al di fuori dell’arte, e star male non serviva a nessuno, risolveva il mio impegno, e l’estrema chiarezza di cosa volevo dire e fare, il vero problema, però, restava come.
In un primo momento pensavo alla fotografia come uno strumento per operare elaborazioni di ingrandimento sulle foto trovate ma con il forte limite delle dimensioni che mi condizionavano considerevolmente. L’appropriazione dello strumento mi ha permesso ben presto di captarne le immense potenzialità e la confusione tra fotografia arte e vita è stato un tuttuno. La realtà, la mia realtà, entrava nei miei quadri, la partecipazione era totale, era testimonianza e in quel contesto storico e culturale la mia scelta, per altro isolata, mi dava la piacevole sensazione di essere in sintonia con il mio tempo… Oggi, non è più così.


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