Questo progetto nasce dalla necessità di trovare una risposta alternativa all’uso di materiali che l’era digitale ha cancellato o ha reso difficili da trovare.
In un vecchio progetto rimasto incompleto, ho usato il banco ottico 10x12 cm. e il materiale Polaroid positivo/negativo per dare, attraverso il supporto analogico, un particolare ”sapore” alle immagini, il progetto l’avevo chiamato: ROMANONOSTANTETUTTO. Le fotografie dovevano restituire la bellezza della città, nonostante il traffico, i perenni lavori in corso, le impalcature, la sporcizia… insomma, Roma nonostante tutto. Il punto di riferimento erano le immagini classiche degli Alinari e per questo ho utilizzato il grande formato.
Una recente mostra alla quale ho partecipato con le foto di Roma hanno fatto riemergere l’interesse per quel vecchio lavoro, ancora, nonostante gli anni, attualissimo. Il problema era semmai la reperibilità della pellicola Polaroid oramai quasi introvabile, quindi, se volevo riprendere il lavoro dovevo trovare una soluzione alternativa, non dal punto di vista concettuale, ma dei materiali, che come il Polaroid, aggiungessero quel “profumo”, quel quid alla foto che la fa diversa dalle altre.
Ho una vecchia macchina fotografica a lastre 18x24 cm di legno che fu di Parravicini di Persia, un pittore ottocentesco di indubbia qualità, che mi è stata regalata dalla figlia, una mia cara amica. L’intuizione è stata quella di usare quella vecchia macchina fotografica, priva di otturatore, con al posto della lastra di vetro, un foglio di carta baritata alla maniera del primo FOX TALBOT, il vero inventore della fotografia così come la conosciamo. Daguerre, è stato il primo a fermare un’immagine su lastra di rame con un complesso sviluppo ai vapori di mercurio che rendeva la foto un pezzo unico, ma è stato Talbot a sviluppare il concetto di matrice riproducibile. Dunque, il negativo è un foglio di carta 18x24 cm. che stampato per contatto su un altro foglio di uguale dimensione, restituisce un positivo.
La vera intuizione non è tanto l’uso della carta 18x24 alternativa alla pellicola, quanto l’idea di considerare il negativo parte integrate del lavoro insieme alla stampa positiva. Due stampe racchiuse nella stessa cornice in un gioco fatto di ribaltamenti, di riflessioni, senza soluzione di continuità, in una ambiguità visiva tra positivo e negativo che aggiungono alle fotografie, con la loro patina di antico, un approccio decisamente moderno e concettuale.
L’altra conseguenza di questa impostazione è una risposta alla riproducibilità tecnica che, come aveva ben evidenziato Walter Benjamin, nella nostra epoca toglie, in modo particolare alla fotografia, il valore aggiunto: l’unicum.
Dal momento che ho inteso considerare il negativo parte integrante del lavoro ne è scaturito come conseguenza l’impossibilità di altre “ristampe” rendendo di fatto il lavoro fotografico un pezzo unico. Naturalmente esiste, per ovvie esigenze di riproduzione, un file ricavato dalla scansione delle stampe, dal quale si possono ricavare stampe digitali, ma l’originale su carta baritata con trattamento Fine Art e viraggio finale all’Oro, resta e resterà unico.
La messa a punto del procedimento non è stato semplice per una quantità di problemi, in primis, la mancanza di un otturatore, sostituito da un “barattolo”, e dai tempi di esposizione espressi in secondi invece che in frazioni, perché la sensibilità della carta è davvero molto bassa, circa 8 ISO. Di fogli di carta baritata ne ho consumata davvero tanta prima di arrivare a determinare la corretta esposizione dal momento che di portalastre ne ho soltanto 2 per un totale di 4 “lastre”; con la conseguenza che messo lo zaino con la macchina fotografica sulle spalle e il cavalletto sul portapacchi della moto, andare sul posto per una esperienza reale, aprire la macchina, montarla sul cavalletto, sparire sotto il panno nero per inquadrare e mettere a fuoco e da questo riemergere e scoprire alle mie spalle un folto gruppo di turisti che fotografavano me invece della fontana delle Tartarughe; scattare le foto, richiudere tutto e ritornare in studio e scoprire in camera oscura che la sensibilità era ancora troppo alta e dover ripetere l’operazione… mi sembrava tanto una zingarata. E di zingarate ne ho fatte molte. Per non parlare della ridotta possibilità di scelta per i prodotti di camera oscura e della loro reperibilità; del viraggio all’Oro, che ho trovato tra i prodotti della gloriosa Tetenal che per fortuna ha l’importatore distributore a Roma.
Usare la carta fotografica in alternativa alla pellicola non è esattamente la stessa cosa, non soltanto per la sensibilità ma anche e soprattutto perché la carta a differenza dalla pellicola è ortocromatica, ne consegue che la riproduzione dei grigi è alterata rispetto alla capacità della pellicola che è sensibile a tutto lo spettro luminoso.
La macchina fotografica oltre che “antica” non è di grande qualità ebanistiche così, le infiltrazione di luce, dovute dalle “rughe” del tempo, sono un male inevitabile ma al contempo si sono trasformate in segni distintivi, l’imprinting riconoscibile dei 4 chassis.
Se Roma nonostante tutto è stato il punto di ripartenza, il passo successivo verso il tema della fotografia astratta e della natura morta, è stata l’evoluzione naturale, ampliando così l’espressione. A seguito di questa diversificazione ho chiamato, VITALITA’ DEL NEGATIVO, quanto realizzato con la tecnica talbotttiana, all’interno della quale vivono i diversi progetti di lavoro. Alla banalità del quotidiano fa’ riferimento la fotografia degli oggetti (nature morte) mentre, dalla manipolazione della materia e la sua scrittura con la luce, prende forma la fotografia “astratta”.

Corinto Marianelli




VITALITA' DEL NEGATIVO
 
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