
Il progetto ha sempre rivestito un ruolo importante, prioritario, tanto che la scelta dello strumento (colori, pennelli, materia, fotografia, computer...) è sempre stata subordinata al progetto. Con questa impostazione di lavoro la singola fotografia non ha trovato mai spazio, per quanto bella fosse. Ma è con "Disarmonia", un lavoro realizzato nel 1989, che l'intuizione diventa sostanza, consapevolezza... con "Disarmonia", il concetto di bella fotografia viene superato tanto che in quella occasione decisi di esporre tutte le immagini scattate, nella opzione del "provino fotografico", riscattato dalla sua banalità di strumento di lavoro, con l'ingrandimento. L'ingrandimento opera una sorta di "decontestualizzazione" aggiungendo quel quid che riscatta un'opera dal quotidiano.
Ancora con Disarmonia, un lavoro di impronta concettuale, viene superato anche il concetto dello sguardo del fotografo, della scelta dell'attimo, del punto di vista, del superamento di quell'allineamento tra testa occhio e cuore di bressoniana memoria, con l'uso di un temporizzatore che scandiva il tempo dello scatto fotografico di una macchina posta su un cavalletto a riprendere, in uno spazio - questo sì - mediato, quanto accidentalmente vi accadeva.
Le foto belle e brutte, tutte insieme, il fotografo che non c'è, una storia che il provino fotografico con il suo numero di archivio ben presente, intende per l'appunto archiviare e il vuoto di un ultimo rullino non terminato, uno spazio dove ricominciare a scrivere/vivere: un'azione catartica senza confine tra arte e vita.
Da questa esperienza nascono opere fotografiche sempre composte da più fotografie e, altri lavori, dove l'immagine percettibile è il risultato della somma di tutti i fotogrammi del rullino.