AA Presentazione in catalogo di CESARE SARZINI

La mostra presenta una proiezione di foto e tre lavori, tra cui l’ultimo, Vitalità del negativo, così da dare un quadro complessivo della oltre trentennale ricerca artistica di Corinto Marianelli.
Nei lavori fotografici dell’artista, costante è la dialettica tra oggettività e visione personale, già presente all’esordio, quando nei dipinti comparve l’elemento fotografico che permette, grazie all’immediatezza comunicativa della fotografia, di creare riferimenti chiari. Elemento introdotto dall’artista per rendere più aderente il suo lavoro alla realtà, nella convinzione che esso sarebbe divenuto così maggiormente comprensibile e condivisibile. Questa dialettica gli proveniva dal conflitto interiore, generato dall’educazione artistica e dall’utopia di quegli anni, che tuttora permane nell’atteggiamento del fotografo di fronte all’arte e alla vita.
Le immagini traggono ora, come allora, significato dalle relazioni instauratesi tra loro, dopo essere state indirizzate, soprattutto nei reportages, da una progettualità dettata dal sociale e in parte dal politico. Nei primi anni Settanta “il personale è politico” era agli albori e l’individualità assediata dalla tecnica non accettava d’essere sopraffatta.
Sebbene la tematica sociale, costitutiva dei lavori, sia più evidente in Casale Boccaleone, dove l’empatia verso i soggetti ripresi e la solidarietà umana riscaldano ogni immagine del reportage, essa si può notare anche in Week end, in cui analista e analizzato coincidono.
I piccoli gesti quotidiani e la solidarietà umana sono ciò che caratterizza questi reportages; tramite essi Corinto Marianelli invita a non perdere di vista il dialogo, l’incontro, il misterioso senso delle piccole cose, la quotidianità del fare. Buone persone, semplici e amorevoli gesti, sono in contrapposizione al bel gesto, alla “bella” foto; le “buone” foto di Corinto significano ciò e raccontano, per mezzo di immagini, la semplice e buona vita di ogni giorno.
Posizione culturale che alla luce degli odierni atteggiamenti sociali assume grande rilievo.
Nella proiezione, oltre alle fotografie scelte di diversi periodi e alle sintesi dei due reportages, compare quello del celebre Il treno di John Cage (1978) che fu esposto nella Biennale di Venezia del 1993.
La realtà quotidiana è un “luogo” fondamentale della ricerca visiva dell’artista, evidenziato bene dall’impegno documentaristico dei reportages nei quali il fotografo prende le distanze dalla teoria bressoniana dello scatto nel suo “momento decisivo”.
Mentre nel reportage le fotografie presuppongono la sequenza in successione, tipica del racconto; le altre opere presentate, Vitalità del negativo, Oltre le stagioni e Amabile Rita, per la tipologia del montaggio, comportano ragionamenti differenti.
In Amabile Rita cinque fotografie, raffiguranti una semplice poltrona sulla quale si trovano alla rinfusa capi di vestiario, e un’altra nera con il solo titolo del lavoro, rimandano oltre le immagini che esse mostrano, negando l’immagine riassuntiva bressoniana.
In questo lavoro si manifesta un interesse del fotografo per il dettaglio, apparentemente poco significativo, e per il silenzio dell’immagine che sollecita l’affezione del ricordo, suscitando una sottile nostalgia.
La serie di fotografie rimanda ad un atto avvenuto mostrandone la scena: essa è quasi esaminata nei dettagli con l’esposizione di tracce d’esistenza che lo strumento fotografico porta a considerare, riscattando il quotidiano. Tracce di vita che rifiutano in Amabile Rita la costruzione accurata dello ‘still life’ per proporre squarci di realtà incompleti ma credibili.
Oltre le stagioni presenta il medesimo soggetto: un albero ripetuto per mezzo della serie degli scatti del provino da sembrare quasi una “fotografia cubista”; l’ossessiva multipla presenza dello stesso soggetto induce a ritenere che Corinto abbia con ciò voluto spingere l’attenzione di chi guarda a considerare gli interstizi sia tra le immagini e tra gli scatti sia oltre essi.
Il fotografo ha montato le immagini non in sequenza temporale, come in Amabile Rita, e le ha consegnate ad una visione fissa con lo scopo di evitarne quella ‘immersiva’ e superficiale, tipica del cinema. Avendole strutturate così, le piccole immagini propongono una riflessione sul vedere e sul tempo. Il tempo del vedere un’immagine non in movimento, si può dilatare oltre l’attimo di quella in sequenza filmica, permettendo al pensiero di svincolarsi dal ritmo imposto e tornare di tanto in tanto a riconfrontarsi con il soggetto di partenza oltre che con la sua molteplicità. La possibilità di rivedere le immagini dell’albero accentua, così, la diversità del tempo non limitato di Oltre le stagioni da quello della visione cinematografica che non favorisce la riflessione. Questo lavoro mette in evidenza anche lo scacco inerente ad ogni scatto.
Mi sembra che con questi lavori, Amabile Rita e Oltre le stagioni, Corinto non intenda usare la fotografia per riprendere oggettivamente la realtà, ma la tramuti in oggetto di riflessione.
Con Vitalità del negativo, l’artista riscopre il piacere di lavorare artigianalmente nell’epoca della fotografia digitale; per questa opera il fotografo ha utilizzato una vecchia macchina fotografica a lastre 18x24 di legno, appartenuta al pittore Parravicini di Persia. In queste fotografie il montaggio in contrapposizione di negativo e positivo apre un intervallo enorme e allo stesso tempo riunisce specularmente l’alchimia della fotografia. Anche qui egli, giustapponendo positivo e negativo - l’utilizzazione del negativo in modo diverso risale ai primi anni Settanta -, non ricerca la foto di bell’ effetto (anche se il rigore costruttivo ha la sua bellezza).
Il montaggio è ricorrente come la serie fotografica nell’opera di Corinto Marianelli; esso è una scelta artistica, motivata dal rifiuto del tecnicismo fotografico e dell’“inconscio tecnologico”.
L’“inconscio tecnologico”, che per Vaccari è ‹‹là dove l’uomo è passato e ha delegato agli strumenti la propria attività››, senza dubbio oggi contribuisce più di allora a dissolvere ogni metodologia e ogni atteggiamento critico.
Questi, invece, sono rivendicati e riaffermati da Corinto che ha posto a fondamento del suo operare il metodo progettuale al servizio di un discorso. Ma esso da solo non basta, se così fosse verrebbe meno il valore del fare artistico. Per questo il discorso deve essere sorretto da una composizione che, seppure alquanto condizionata dalla metodologia progettuale, è attuata per visualizzarlo.
La scelta del montaggio e di lavorare con un vecchio banco ottico non fa “reinventare il medium”, ma riscoprire al fotografo la dignità del fare consapevole; ciò nell’epoca in cui l’apparato tecnologico tende a costruire il soggetto come un elemento in un loop che tratta informazione e segnali sensoriali.
Corinto Marianelli, proponendo di porre l’attenzione oltre la singola immagine e il dato immediato, sollecita a considerare fatti, persone e cose oltre l’apparenza. Le sue foto non sono mai un mero esercizio tecnico o un solipsistico enunciato autoreferenziale, né una acritica accettazione di quanto offre l’iconosfera attuale.
Mi sembra di poter dire che i lavori in mostra non vogliono essere dei semplici analogon della realtà, ma degli “indici” che, assemblati in un certo modo, alludono ad un qualcosa oltre lo scatto dell’“è stato”.
Il riferimento immediato della fotografia al reale è, in questo modo, superato da Corinto, sia per il fatto che il montaggio ha posto in essere delle relazioni sia per il fatto che l’idea che guida lo scatto non restringe questo solo a se stesso. Da ciò consegue che egli cerca sempre di mettere in risalto, con la composizione e con le diverse modalità del montaggio delle immagini, ciò che c’è oltre lo scatto… la vita.

Cesare Sarzini

 
 

Oltre lo scatto... Mostra personale - 30 maggio 2009
Corinto Marianelli Il Book Professionale e la Ricerca Artistica
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